Cropped shot of a table with dishes filled with different types of dried dehydrated nuts shown by woman's hands

In età prescolare e scolare, il consumo medio di frutta secca, semi ed olive è irrisorio, se non inesistente, rispetto a quanto consigliato della piramide della Dieta mediterranea (1).

In realtà, con i dovuti accorgimenti, la frutta secca può essere un prezioso alimento anche per i bambini, in grado di contribuire all’apporto giornaliero di acidi grassi, proteine vegetali, fibra e numerose vitamine e minerali. Inoltre, sebbene gli studi siano ad oggi ancora limitati, anche nel bambino, così come nell’adulto, è stata osservata la presenza di un’associazione favorevole tra consumo di frutta secca e indice di massa corporea, soprattutto negli adolescenti che la consumavano almeno tre volte alla settimana (2).

Relativamente al consumo, è però importante tener presente che, a causa della loro forma, frutta a guscio e semi sono considerati alimenti da evitare nella dieta del bambino fino ai 4-5 anni, a causa del rischio di aspirazione. Tuttavia, su indicazione del Pediatra, la frutta secca potrebbe essere introdotta nell’alimentazione dei più piccoli (età inferiore ai 4-5 anni) a patto di tritarla finemente o ridurla in forma di farina (3).

Oltre i 5 anni di età del bambino, la frutta secca potrà sicuramente far parte delle possibili merende e spuntini, anche in associazione a una porzione di latte o yogurt per creare uno spuntino completo e ricco di importanti nutrienti per la crescita (4). Infatti, secondo la Piramide Alimentare Transculturale promossa dalla Società Italiana di Pediatria, il bambino dovrebbe consumare una porzione al giorno di noci o semi (5).

Quando inserirla nella dieta dei più piccoli: le evidenze scientifiche

È ormai superata l’idea che gli alimenti potenzialmente allergizzanti, tra cui la frutta secca, debbano essere inseriti nell’alimentazione del bambino molto più tardi rispetto all’inizio dello svezzamento (fase in cui si introducono nuovi alimenti rispetto al solo latte) (6). Infatti, non vi è alcuna evidenza che ritardare l’introduzione di questi alimenti oltre i 4 mesi di vita possa avere un effetto protettivo, neanche nei bambini a rischio. Anzi, lattanti ad alto rischio di allergia alle arachidi potrebbero beneficiare di una loro introduzione tra i 4-11 mesi, su indicazione del Pediatra (6). In questa fase delicatissima della vita del bambino è infatti fondamentale rivolgersi allo specialista e valutare con lui come procedere con il svezzamento e con l’introduzione dei singoli alimenti, senza affidarsi a rischiose modalità ‘fai da te’.

Riferimenti

  1. Leclercq, C., Arcella, D., Piccinelli, R., Sette, S., & Le Donne, C. (2009). The Italian National Food Consumption Survey INRAN-SCAI 2005–06: main results in terms of food consumption. Public health nutrition, 12(12), 2504-2532.
  2. Wall, C., Stewart, A., Hancox, R., Murphy, R., Braithwaite, I., Beasley, R., … & ISAAC Phase Three Study Group. (2018). Association between frequency of consumption of fruit, vegetables, nuts and pulses and BMI: Analyses of the International Study of Asthma and Allergies in Childhood (ISAAC). Nutrients, 10(3), 316.
  3. Ministero della Salute – Direzione generale per l’igiene e la sicurezza degli alimenti e la nutrizione (2017). Linee di indirizzo per la prevenzione del soffocamento da cibo in età pediatrica.
  4. Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (2016). Manuale di Nutrizione in Età Evolutiva.
  5. Società Italiana di Pediatria (2015). Piramide Alimentare Transculturale.
  6. Fewtrell, M., Bronsky, J., Campoy, C., Domellöf, M., Embleton, N., Mis, N. F., … & Molgaard, C. (2017). Complementary feeding: a position paper by the European Society for Paediatric Gastroenterology, Hepatology, and Nutrition (ESPGHAN) Committee on Nutrition. Journal of pediatric gastroenterology and nutrition, 64(1), 119-132.

 

Rispondi